Scheda dell'opera
Formatasi all’Accademia di Belle Arti di Urbino, Chiara Diamantini (Senigallia, 1949) è tra le principali esponenti delle poetiche verbo-visuali italiane. Vicina sin dagli anni Settanta a Mirella Bentivoglio, è stata inclusa in tutte le principali rassegne dedicate alla corrente. Nel 2000, la stessa Bentivoglio la coinvolse in Fotoalchimie, la collettiva allestita al Centro Pecci a seguito della quale decise di donare al Centro tre opere, tra cui Nadja di Breton (1972), .
Come la maggior parte delle opere di Diamantini, anche questo libro-oggetto, la sua prima opera compiuta, è derivato da un’opera letteraria, da cui l’artista preleva sottotesti o endotesti che poi restitiuisce visivamente. In questo caso, la fonte è il celebre romanzo Nadja (1928) del fondatore del Surrealismo André Breton (Tinchenbray, 1896 - Parigi, 1966), tradotto da Giordano Falzoni per Einaudi nel 1972 e oggetto, a quel punto, di una rinnovata fortuna italiana. Il libro, dall'andamento narrativo itinerante e peripatetico, racconta dell'incontro tra l'autore e l'artista e ballerina Léona Delcourt, detta Nadja (Saint-André-lez-Lille, 1902-Bailleul, 1941), di cui sono riprodotti alcuni disegni. Nella sua opera, realizzata a Parigi, Diamantini segue l'itinerario tratteggiato da Breton, fotografando i luoghi citati nel romanzo e riproducendoli con interventi in letraset, sulla linea delle ricerche verbo-visuali dell'epoca.
Testo di Giorgio Di Domenico
