Scheda dell'opera
Già vicino al gruppo di artisti raccolti intorno a Corrado Levi, Mario Dellavedova (Legnano, 1958) è stato tra i protagonisti della scena artistica milanese a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta.
L’installazione, ora esposta in permanenza presso la Biblioteca Comunale Lazzerini di Prato, è composta da 121 martelli fissati a parete che formano la scritta “TURBINENFABRIK”. Il termine fa riferimento al celebre edificio industriale disegnato da Peter Behrens nel 1909 per l’industria elettro-meccanica berlinese AEG. Capolavoro del protorazionalismo tedesco, divenne un modello per tutta la generazione degli architetti modernisti. Tutto l’intervento di Dellavedova a Una scena emergente, la mostra in cui l’installazione fu presentata e acquistata dal Centro Pecci, era effettivamente dedicato all’edificio di Behrens, protagonista nei suoi dettagli architettonici anche di alcuni disegni a china su carta. Per chiarire il suo intervento, l’artista aveva pubblicato in catalogo il lungo testo Rivelazione sulla Turbinenfabrik e il Rigoletto: interessato ad approfondire e chiarire il concetto di “progetto” in relazione alla creazione di opere d’arte contemporanea, Dellavedova aveva subito rilevato il suo valore innanzitutto architettonico. Interessato a potenziare il valore accessorio dell’ispirazione e della rivelazione a scapito della razionalità, aveva trovato un innesco determinante nel testo Estetica e costruzione industriale scritto da Behrens nel 1912 e incluso nel 1988 in una Antologia dell’architettura moderna curata da Mara De Benedetti e Attilio Pracchi per Zanichelli. Qui l’architetto tedesco era chiaro: «È stato possibile raggiungere un risultato di corposità in un edificio in acciaio, suscitando una sensazione di stabilità estetica che è altro dalla stabilità costruttiva».
Per un artista appena trentenne, formatosi sotto la guida di Levi (architetto, prima di ogni altra cosa) e affacciatosi sulla precaria scena artistica italiana di inizio anni Novanta, l’idea che un edificio moderno potesse servire da modello di una “stabilità estetica” era una certezza preziosa cui era importante aggrapparsi. Come dichiarava l’artista, le rivelazioni della fabbrica e del Rigoletto «permettono di vedere le cose in un modo a noi sconosciuto, oserei dire più reale. È proprio su questo che si deve basare la sorpresa della nostra arte».
Testo di Giorgio Di Domenico
Bibliografia e sitografia
↓ Bibliografia sull'opera
Mario Dellavedova, Rivelazione sulla Turbinenfabrik e il Rigoletto, in Una scena emergente: artisti italiani contemporanei, Giunti, Firenze 1991, pp. 94-96
