«Una mostra per presentare un aspetto del fare pittura oggi, attraverso le opere di alcuni pittori internazionali che direttamente o solo incidentalmente riflettono su problemi legati al medium e al suo tradizionale rapporto con la figurazione»: questa la presentazione in catalogo della mostra, parte del progetto regionale Toscanaincontemporanea.
Informazioni sulla mostra
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Come riconosceva in catalogo Roberto Cenni, all’epoca presidente del Centro, la collettiva di pittura contemporanea recuperava l’impostazione di alcune delle prime rassegne del Pecci, dedicate alle pratiche installative o alla fotografia. La scelta del direttore Marco Bazzini, affiancato dal curatore indipendente Davide Ferri (Forlì, 1974), poteva apparire in marcata controtendenza: attorno al 2012 la pittura, per altro figurativa, appariva infatti come un medium inevitabilmente inattuale.
La scelta più sorprendente di Bazzini – che nel suo saggio in catalogo citava senza remore Quintiliano e l’Alberti – era tuttavia quella di aprire la mostra con due opere storiche: Le sommet du regard (1926) di René Magritte, dalla collezione di Giuliano Gori, e Eclisse (III) (1976) di Giulio Paolini, due dipinti metalinguistici che mettevano in scacco e in questione lo statuto della rappresentazione pittorica e che erano già stati affiancati in occasione della Biennale del 1978, all’interno della mostra tematica La convenzione della visione. Lo scopo del curatore, infatti, era quello di «porre più l’accento sul “come” che non sul “cosa” venga rappresentato sui quadri dei pittori che sono stati selezionati», accomunati da un’autoconsapevolezza che sottolineava, anziché cercare di nascondere, i limiti del medium. Per dirlo ancora con Bazzini, «La figurazione inevitabile è quella figurazione che si maschera sotto la preoccupazione di non apparire tale perché conosce quello che nella storia è passato sulla superficie dei quadri, e ci si confronta senza voler incontrare l'attuale statuto immateriale dell’immagine». Nell’altro contributo in catalogo, Ferri sottolineava come la rassegna fosse una mostra di quadri e di figure, «il racconto di una figurazione prudente e analitica, di una figurazione con precauzioni. O del suo esatto contrario, cioè di una figurazione incidentale, automatica, apparentemente svagata, come se l’inevitabile fosse un impulso a descrivere e a indicare».
I diciotto artisti autori della cinquantanove opere esposte appartenevano tutti alla generazione degli anni Sessanta-Settanta e avevano tutti esordito tra gli anni Novanta e i primi Duemila. Gli italiani inclusi erano soltanto quattro, tutti maschi e tutti “padani”: Luca Bertolo (Milano, 1968) che era già stato incluso nella collettiva Nessuna paura nel 2007, Pierpaolo Campanini (Cento, 1964), Marco Neri (Forlì, 1968) che aveva già tenuto una personale al Pecci nel 2006, e Alessandro Pessoli (Cervia, 1963). Il catalogo era organizzato in nove sezioni tematiche, rispecchiate nella struttura della mostra.
La prima, Figure, apparizioni e presenze mobili, affiancava i lavori complessi di Pessoli e Campanini alla figurazione evanescente di Richard Aldrich (Hampton, 1975), ai quadri densi di Michael Bauer (Erkelenz, 1973), all’astrazione liquida di Rezi Van Lankveld (Almelo, 1973), agli strani stivali di Peter Linde Busk (Copenhagen, 1973), al Rubber Duck (2010) di Joe Bradley (Kittery, 1975), a un lavoro di Avner Ben-Gal (Tel Aviv, 1966-2024) e al Boudoir (2010) di Matthias Weischer (Elte, 1973).
La sezione successiva, Figure incidentali, era aperta da Kidney Bean Protector (2011) di Katy Moran (Manchester, 1975), affiancato a tre altri lavori di Van Lankveld. In Figure ed esperienze astratte, un dipinto di Tal R (Tel Aviv, 1967) si confrontava con quattro lavori di Marco Neri, una grande tela di Helene Appel (Karlsruhe, 1976) e due quadri di Thomas Helbig (Rosenheim, 1967) e Bradley. La quarta sezione, Spazi disomogenei, riproponeva lavori di Neri, Weischer e Tal R, posti a confronto con Abandoned (2006) di Mamma Andersson (Lulea, 1962).
In Narrazioni supplementari, gli israeliani Ben-Gal e Tal R si confrontavano col monumentale Testa farfalla su matrice locomotiva (2011) di Pessoli. La sezione successiva, Volti, teste e ritratti, era forse quella più marcatamente tematica: raccoglieva lavori di Bertolo, Helbig, Busk e Bauer sul tema del volto, affiancati al meno ovvio Totem (12) (2009) di William Daniels (Brighton, 1976). La settima sezione, Combattimenti e fallimenti, interrogava il processo pittorico attraverso lavori di Helbig, Bertolo e Campanini. Superfici, penultima sezione della mostra, lasciava spazio alle grandi tele cucite di Appel, affiancate a lavori di Daniels e Aldrich. Infine, Cornici, tavolozze e telai affrontava direttamente la materialità della pratica pittorica coi telai a vista di James e Aldrich, i piattini di plastica e la tela rovesciata di Bertolo, il nastro su tela di Appel e, infine, Star-Gazer (2012), ritratto di un pittore en plein air dipinto da Andersson.
Testo di: Giorgio Di Domenico







