×
  • Direzione museale: Amnon Barzel

  • A cura di: Germano Celant

Artiste/artisti

Opere entrate in collezione

Gilberto Zorio, Canoa (di Rivoli), 1984

Gilberto Zorio, Crogiuoli, 1992

Catalogo

Gilberto Zorio, Hopefulmonster, Torino 1992, 8877570377, 212 pp., testi di Amnon Barzel, Germano Celant, Gilberto Zorio

Bibliografia

Maria Chiara Motta, Gilberto Zorio: la mostra al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, 11 aprile-30 giugno 1992, tesi di laurea, Università di Firenze, 2011

Stefano Pezzato, Germano Celant al Centro Pecci di Prato. Tracce per una cronistoria, in Studio Celant (a cura di), Germano Celant. Cronistoria di un critico militante, Skira, Milano 2025, pp. 268-275

Rassegna stampa

Raffaele Gavarro, Le macchine di Zorio, «Paese Sera», 11 aprile 1992

Rossana Albertini, L’arte contro i mali del mondo, «L’Unità», 21 aprile 1992

Laura Cherubini, Ecco le stelle di Zorio, «Il Mattino», 21 aprile 1992

Renato Barilli, Energia d’una stella. Orli, snodi, archi. Da cui spiccare il volo, «Corriere Cultura», 26 aprile 1992, p. 8

Angela Vettese, L’arte è un’alchimia di stelle e giavellotti, «Il Sole 24 Ore», 10 maggio 1992, p. 33

Luciano Caramel, Con l’energia naturale di Zorio, «Il Giornale», 10 maggio 1992

Giuliano Serafini, Gilberto Zorio, «Terzoocchio», XVIII, 2 (63), giugno 1992

Video

Risorse correlate

La mostra dedicata nella primavera del 1992 a Gilberto Zorio (Andorno Micca, 1944) è stata la quinta grande personale organizzata dal Centro Pecci, dopo quelle dedicate a Enzo Cucchi, Julian Schnabel, Mario Merz e Vito Acconci. La mostra venne curata da Germano Celant, coinvolto per la prima volta nel ruolo di curatore nelle attività del Centro.

Informazioni sulla mostra

Come scriveva il direttore Amnon Barzel in catalogo, la mostra, composta soltanto da venticinque opere, ma spesso di grandi dimensioni, era stata pensata come una sorta di laboratorio, un gesto capace di trasformare lo spazio espositivo in un dispositivo «per purificare la nostra visione, la nostra coscienza, il nostro rapporto coi materiali quotidiani». Non a caso, in vista della mostra l’artista aveva realizzato un bassorilievo in metallo che riproduceva la riconoscibilissima pianta delle dieci sale espositive del Centro Pecci, riprodotto anche sulla copertina del catalogo e sul poster della mostra: un’ulteriore testimonianza della centralità del rapporto instaurato con lo spazio museale disegnato da Italo Gamberini. Il volume, come già altre pubblicazioni dedicate da Celant ai vari protagonisti dell’Arte povera dall’inizio degli anni Ottanta, conteneva due lunghe conversazioni tra il curatore e l’artista: si trattava di un rigoroso momento di storicizzazione, capace di riordinare e fissare le varie tappe del suo percorso artistico, inserendolo in un canone rigidamente controllato dell’Arte povera e dei suoi esiti.

In mostra, il percorso di Zorio era condensato in una raffinata selezione di opere storiche, tra cui il Senza titolo del 1966 in tubi innocenti blu e gommapiuma rossa, la Tenda (1967), la complessa reazione chimica di Piombi (1968), le Pelli con resistenza (1968) riprodotte nel 1986, il Cerchio di terracotta (1969), il lingotto sospeso di Odio (1969), il grande fregio fosforescente di È utopia, la realtà, è rivelazione (1971), la Stella di giavellotti (1974) e la Stella laser (1975), allestita in una sala buia. A queste erano affiancate numerose opere più recenti, tra cui varie canoe degli anni Ottanta, inclusa la Canoa (di Rivoli) (1984) poi entrata nella collezione del Centro, la Stella Marrano (1991) con compressore e otre in pelle, la Pyramid Canoe (1991) già presentata all’ICA di Amsterdam, la Star (1991) in alluminio inserita in un cretto di terracotta e la Bronze Star (1991) presentata alla galleria Sonnabend di New York.

Con una raffinata orchestrazione allestitiva, ricca di pause e di vuoti, ma senza soluzioni di continuità tra le opere storiche e quelle più recenti, la mostra documentava tutte le tecniche e le iconografie ricorrenti della produzione di Zorio, offrendone una visione compatta e coerente che potenziava il valore evocativo e associativo delle singole opere. L’allestimento della mostra, con numerose opere sospese a mezz’aria in rapporto diretto con le dimensioni e la struttura degli spazi espositivi, ricordava quello della personale itinerante dell’artista che, tra il 1985 e il 1986, aveva toccato Stoccarda, Ginevra e Parigi, dove si era conclusa al Centre Pompidou.

Subito dopo la conclusione della mostra, Zorio venne incluso nella nona edizione di documenta, la grande rassegna artistica di Kassel la cui unica presentazione stampa in Italia era stata organizzata proprio al Centro Pecci.

Testo di: Giorgio Di Domenico