Inaugurata alla fine del 1999 e conclusasi all’inizio del nuovo millennio, la personale dedicata al pittore tedesco Gerhard Richter (Dresda, 1932) curata da direttore del Centro Bruno Corà rappresentò una delle occasioni espositive di maggiore impegno e prestigio nella storia del Centro Pecci. Come dichiarato in catalogo dal presidente Italo Moscati, essa era pensata «per il rilancio definitivo del Centro e della sua attività».
Informazioni sulla mostra
Informazioni sulla mostra
L’artista, per limitarsi ad alcune occasioni istituzionali particolarmente rilevanti, aveva già tenuto mostre personali presso il Centre Pompidou (1977, 1996), la Nationalgalerie di Berlino (1986), i musei di arte contemporanea di Chicago, Washington e San Francisco (1988), il Centro Reina Sofia di Madrid (1994) e il DIA Art Center di New York (1995). Era reduce, inoltre, dalla vittoria del Leone d’Oro alla Carriera alla Biennale di Venezia del 1997. Richter, del resto, vantava un rapporto di lunghissimo corso col panorama artistico italiano. La prima mostra commerciale in una galleria italiana, tenuta alla Galleria La Tartaruga di Roma nel 1966, era stata seguita sino a tutti gli anni Ottanta da collaborazioni più o meno continuative con Il Naviglio a Milano, Lucio Amelio a Napoli, La Bertesca a Genova, Renzo Spagnoli a Firenze e Mario Pieroni a Roma. Nel 1982 era stato protagonista anche di una personale al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, seguita nel 1996 da un’altra mostra al MUSEION di Bolzano. Importantissime, inoltre, erano state le sue partecipazioni alla Biennale di Venezia, a partire da quella del 1972 in cui rappresentava il Padiglione Tedesco con l’installazione 48 portraits. Tra gli artisti viventi che avevano ottenuto una personale al Centro Pecci, si trattava, insomma, di quello di maggior prestigio e rilievo internazionale.
La retrospettiva, ordinata cronologicamente, includeva più di sessanta dipinti e oltre seicento tavole di Atlas, qualificandosi come la mostra più importante dell'artista mai allestita in Italia. Ad aprire la rassegna era la Große Sphinx von Gise (1964), riprodotta anche sulla copertina del catalogo. Seguivano numerose opere degli anni Sessanta, tra cui Onkel Rudi (1965), le otto tele di Acht Lernschwestern (1966), due paesaggi della Korsica (1968) e due Stadbild (1968, 1969). Il percorso verso l’astrazione che aveva impegnato l’artista lungo gli anni Settanta era ampiamente documentato: dal cielo di Wolken (1970), dall’enorme polittico Das Parkstück (1971), dalle due rielaborazioni di un dipinto di Tiziano (Verkündigung Nach Tizian, 1973) e da un ritratto di Gilbert & George (1975) si passava al rigore sordo e assoluto di Grau (1976), allo griglia cromatica di 256 Farben (1974, 1984) e a uno dei primi Abstraktes Bild (1977). Era esposta, inoltre, la struttura in ferro e vetro dipinto Doppelglasscheibe (1977). Riassunti gli anni Ottanta in quattro dipinti astratti, due quadri di candele e il celebre Schädel (1983), il percorso si chiudeva negli anni Novanta con una selezione di sette quadri recenti, tra cui i tre grandi River (1995).
Alcune delle opere esposte erano connesse a significativi momenti italiani della carriera dell’artista: i due paesaggi corsi erano stati esposti per la prima volta al Naviglio nel 1969; Alpen (Stimmung) (1969) era stato incluso in Contemporanea nel Garage di Villa Borghese nel 1973; il ciclo da Tiziano era stato presentato alla Bertesca nel dicembre 1973, per poi essere incluso nella rassegna La ripetizione differente allo Studio Marconi nell’ottobre successivo e Doppelglasscheibe (1977) era andato alla mostra al PAC del 1982.
Altre opere erano legate a collezioni italiane: Stadtbild Sa (1969) è ora confluito nella collezione del MAXXI, Wolken (1970) ha fatto per qualche anno parte della collezione del MADRE, Grau (1974) proveniva da una collezione romana, 256 Farben era in deposito al Castello di Rivoli, Abstraktes Bild (1981) era stato concesso in prestito alla mostra da Giuliano Gori e Marian (1983) da Gilberto e Maria Rosa Sandretto. Inoltre, almeno dieci delle opere esposte erano già state incluse nella mostra di Bolzano dell’estate 1996. La mostra pratese, insomma, aveva offerto l’occasione anche per riunire alcune opere che erano passate e che magari ancora si trovavano in collezioni italiane. Moltissime delle opere esposte, inoltre, indicavano come provenienza “Courtesy Fine Art & Project”, galleria di Massimo Martino a Mendrisio. L’eccessivo coinvolgimento del mercante, indicato come curatore dell’allestimento e guest curator sul volantino che accompagnava la mostra, venne biasimato da Germano Celant in un articolo apparso sull’«Espresso».
Il rapporto tra Corà e l’artista risaliva almeno al 1980, quando in occasione di una mostra alla Galleria Pieroni e alla pubblicazione del volume Eis, il critico romano aveva pubblicato sul secondo numero della sua rivista «AEIUO» una selezione di fotografie di iceberg scattate dall’artista in Groenlandia.
La mostra riscosse un discreto successo di critica a livello sia italiano, sia internazionale. La stampa locale si affrettò a segnalare il costo della rassegna, circa 900 milioni di lire, riconoscendone però il valore di maggiore evento artistico mai organizzato al Centro Pecci, con tanto di visita di Gianni Agnelli il 20 novembre. Come scriveva Angela Vettese, «finalmente il Centro Pecci non solo ospita una bella mostra, una sorpresa organizzata da Bruno Corà in soli due mesi raccogliendo opere di provenienza museale, ma offre anche una lettura dell'artista migliore e più completa di quella data da alcune sue antologiche precedenti». Anche la risposta del pubblico fu particolarmente significativa, con oltre quattordicimila visitatori, complice la proroga di tre settimane, sino al 31 gennaio 2000.
Testo di: Giorgio Di Domenico








