La mostra aveva debuttato al Centro Atlantico de Arte Moderno di Las Palmas de Gran Canaria nel maggio 1991. Era stata ideata e curata dal critico Octavio Zaya, nato a Las Palmas nel 1954 e dal 1978 stabilmente a New York.
Informazioni sulla mostra
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Nell’introdurre la mostra, il direttore del Centro Amnon Barzel segnalava come essa cercasse di «scavare nel concetto di identità», affrontando «il dislocamento – della realtà dell’individuo, delle sue radici, della migrazione dalla certezza della tradizione», un tema che la ricollegava ad altre mostre organizzate dal Centro nei suoi primi anni di attività come Europa Oggi, Artisti russi contemporanei e Una scena emergente.
Inserendosi nel dibattito corrente sul terzomondismo, sulla globalizzazione e sul declino dei valori e del prestigio dell’“Occidente”, Zaya insisteva sull’affermazione di una «etnicità ricostruita», ovvero una forma di «espressione simbolica orientata verso un fine e un valore d’uso all’interno del sistema globale». In questo contesto l’arte contemporanea «difficilmente può aspirare a qualsiasi tipo di trascendenza», ma può «negoziare la propria permanenza», assumendo «il ruolo della molteplicità e della frammentazione, quel non-luogo di perpetuo altrove, che forse sempre riconfigura il proprio rapporto con sé stesso e con il suo contesto, come simbolo e come discorso, come rappresentazione e come immagine».
Era quello che proponevano le opere degli artisti chiamati a raccolta, una compagine eterogenea espressione di contesti generazionali, geografici e sociali tra loro anche molto distanti, ricondotti dai vari contributi in catalogo a un’area genericamente “postmoderna” e di inclinazione nichilista. I canari Antonio del Castillo (La Laguna, 1956) e Jose Lirio (Las Palmas, 1962), privi di significative esperienze internazionali, presentavano sculture in legno e pietra ispirate al paesaggio isolano il primo e dipinti-pastiche di gusto postmoderno il secondo. Lo scultore brasiliano Saint Clair Cemin (Cruz Alta, 1951), rappresentato dalla galleria di Gian Enzo Sperone, esponeva opere di ispirazione surrealista legate a temi identitari. Il belga Wim Delvoye (Wervik, 1965), già incluso nella sezione Aperto della Biennale del 1990, presentava al Pecci una porta da calcio trasformata in vetrata ecclesiastica, assi da stiro coperti con stemmi araldici e oggetti di recupero in metallo coperti con i motivi bianco-blu tipici della ceramica fiamminga. La statunitense di origini iraniane Fariba Hajamadi (Isfahan, 1957) esponeva grandi tele emulsionate dipinte a olio raffiguranti sale di museo dal forte valore storico. L’austriaco Walter Obholzer (Vienna, 1953) presentava dipinti a sviluppo verticale in cui brani astratti derivati da motivi decorativi servivano ad evocare interni specifici. Lo zairese Chéri Samba (Kinto, 1956), già incluso nella fondamentale rassegna Magiciens de la terre allestita al Centre Pompidou nel 1989, presentava dipinti ispirati alla tradizione popolare dello Zaire, con soggetti contemporanei a forte valenza politica, come l’AIDS e le tendenze neocoloniali. A sorpresa, era presente in mostra con alcuni lavori fotografici a colori degli anni Ottanta anche Cindy Sherman (Glen Ridge, 1954), affermatissima esponente statunitense della Picture Generation. In un’area linguisticamente affine, ma concentrata sulle urgenti rivendicazioni della comunità black, si collocava Lorna Simpson (New York, 1960), presente in mostra con importanti polittici fotografici a soggetto politico; già inclusa a documenta 8 nel 1987 e protagonista di un progetto personale al MoMA nel 1990, Simpson era al suo debutto italiano se si esclude la partecipazione a Aperto ‘90. Il texano Ray Smith (Brownsville, 1959), rappresentato anch’egli da Sperone, presentava grandi dipinti a olio e cera su tavola in cui raffigurava scene oniriche ispirate alle mitologie sudamericane e africane. L’israeliano Haim Steinbach (Rehovot, 1944), affermatosi sulla scena statunitense sin dalla fine degli anni Sessanta e rappresentato dalla gallerista napoletana Lia Rumma, presentava testi a parete e elementi oggettuali che riflettevano sulle convenzioni linguistiche, apparentemente distanti da urgenze identitarie. Il venezuelano Meyer Vaisman (Caracas, 1960), infine, interveniva ironicamente su tradizionali arazzi fiamminghi, arricchendoli di testi e immagini contemporanee; tra i più significativi, An Identity Crisis? (1990).
Nessuna delle opere esposte entrò nella collezione del Centro; nel 2003, in ogni caso, il Centro Pecci ospitò una grande personale di Wim Delvoye.
Testo di: Giorgio Di Domenico




