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9 artisti olandesi contemporanei

  • Direzione museale: Amnon Barzel

  • A cura di: Chris Dercon, Goose Oosterhof

Artiste/artisti

Opere entrate in collezione

Catalogo

9 artisti olandesi contemporanei / 9 Contemporary Dutch Artists, Giunti, Firenze 1991, 8809201973, 87 pp., testi di Jan van Adrichem, Linda S. Boersma, Lynne Cooke, Piet de Jonge

Risorse correlate

La mostra dell’estate 1991 aveva debuttato al Witte de With Centre for Contemporary Art di Rotterdam (ora Kunstinstitutt Melly) nel marzo 1991, col titolo “Negen” (nove). Era stata curata dallo storico dell’arte belga Chris Dercon, dal 1990 direttore inaugurale del Witte de With, e da Goose Oosterhof.

Informazioni sulla mostra

Proprio come Una scena emergente, che l’aveva preceduta nelle sale del Centro, la mostra era pensata come una ricognizione nazionale di una nuova generazione di artisti. Non a caso, i partecipanti erano ordinati in catalogo per età: dal quarantacinquenne Charlie van Rest al ventottenne Joep van Lieshout.

L’esposizione faceva seguito a una rassegna analoga, Great Activity. New Generations in Dutch Art, allestita allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1988 chiamando a raccolta diciassette artisti, tra i quali soltanto Rob Birza venne chiamato a esporre anche a Rotterdam e Prato. Gli aspetti in comune con Una scena emergente erano dunque numerosi: una selezione ristretta di giovani artisti, chiamati a raccolta da un centro di arte contemporanea di recente fondazione, per altro situato in una città a forte vocazione industriale, per rappresentare la scena artistica nazionale, in entrambi i casi legata a secolari tradizioni artistiche, su cui insistettero anche le recensioni.

Come scriveva Lynne Cooke in catalogo, evocando gli studi recenti di Svetlana Alpers che avevano contribuito a rinnovare l’immagine dell’arte olandese dei secoli alti, «Nessuno, in questa mostra, ritiene di avere un granché in comune con gli altri. Gli occasionali riconoscimenti sono tutti dati ad (altre) figure isolate, spesso a personaggi di un mondo che si trova ‘altrove’; che appartengono cioè ad un’altra generazione, al passato, o che non sono più attivi». La mostra si inseriva nel contesto olandese di forte sostegno statale all’arte contemporanea, talvolta accusato di alimentare una sorta di insularità, ovvero una scarsa vocazione internazionale dei giovani artisti olandesi. Non sorprendeva, dunque, la scelta di trasferirla all’estero.

Charly van Rest (Djakarta, 1946) presentava stampe fotografiche ed elementi scultorei modificati facendo ricorso a sofisticate tecnologie sperimentali, come lampade UV e ionizzatori. Willem Oorebeek (Pernis, 1953) esponeva grandi opere litografiche, ottenute componendo varie stampe di una medesima matrice su fogli di ampio formato, così da ottenere sottili effetti ottici; a questi lavori, erano affiancati dipinti realizzati integrando nella composizioni bersagli da caccia a soggetto animale. Philip Akkerman (Vassen, 1957) esponeva una selezione dalla rigorosa serie di autoritratti a olio su tela cui si era dedicato in via esclusiva dal 1981, quasi a creare una complessa rappresentazione concettuale in progress della sua immagine, non priva di sottili riferimenti alla tradizione pittorica olandese. Roos Theuws (Valkenswaard, 1957), formatasi come pittrice, presentava complesse video-installazioni ottiche dedicate al tema della luce, in buona parte appartenenti alla serie Forma Lucis, capaci di coniugare dispositivi elettronici e rimandi alla pittura dei van Eyck. Han Schuiln (Voorschoten, 1958) presentava dipinti geometrici su metallo, realizzati appropriandosi di motivi astratti provenienti dall’architettura, dalla grafica e dal design industriale. Guido Geelen (Thorn, 1961) esponeva complesse installazioni in ceramica, incentrate sulla capacità mimetica, sui processi di produzione e sui limiti strutturali del materiale. Rob Birza (Geldrop, 1962) presentava un’installazione a parete ottenuta combinando tappeti, pittura e materiali vari per formare figurazioni giocose, sospese tra astrazione e figurazione. Paul Cox (Rosmalen, 1962) esponeva grandi assemblage materici realizzati affogando elementi di arredo in colate di asfalto, cemento, gommapiuma o gesso. Joep van Lieshout (Ravenstein, 1963), infine, presentava colorati elementi di arredo realizzati su commissione, prodotti in fibra di vetro e poliestere per cucine di musei o per il suo stesso studio: un’indagine sottile sulle possibilità dell’arte come commodity.

Nessuna delle opere esposte entrò nella collezione permanente del museo, al cui interno i nove artisti non sono rappresentati.

Testo di: Giorgio Di Domenico