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Sem titulo #2

Artista: Marcos Chaves

Anno: 1996–2008

Tipologia: fotografia

Tecnica: stampa lambda

Dimensioni: 150x100 cm

Provenienza: comodato della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato

Riferimento: 0979

Scheda dell'opera

Marcos Chaves (Rio de Janeiro, 1961) è tra gli artisti brasiliani più celebri della sua generazione. Attivo sin dai primi anni Ottanta, ha fatto dell’ironia la chiave con cui interrogare l’identità e l’immaginario brasiliani, attraverso i media più diversi: oggetti, fotografie, video, disegni, testi e suoni. L’Italia ha giocato un ruolo determinante nella sua formazione: nel 1984, trasferitosi a Milano per studiare storia dell’arte, lavorò come assistente per il fumettista Altan (Treviso, 1942) e per l’artista brasiliano Antonio Dias (Campina Grande, 1944-Milano, 2018). Tornato in Brasile, avviò una pratica soprattutto fotografica di derivazione concettuale, ma dalle forti risonanze ironiche. Dopo aver esposto con successo soprattutto in Brasile, nel 2008 partecipò a Manifesta 7, organizzata quell’anno a Bolzano, e al Festival della Creatività di Firenze. L’anno successivo, venne incluso nella rassegna del Pecci After Utopia. A View on Brazilian Contemporary Art. In quell’occasione, la Fondazione Cassa di Risparmio di Prato acquistò sette opere, destinate alla collezione permanente del Centro.

Le sette fotografie nella collezione del Pecci appartengono tutte alla serie Buracos (buche, in portoghese), realizzata dall’artista tra il 1996 e il 2021. In queste fotografie, Chaves ritrae interventi anonimi sulle buche dei cittadini di Santa Teresa, il quartiere di Rio de Janeiro dove l’artista risiedeva negli anni Novanta. Pensati come avvertimenti per i guidatori, gli interventi sulle buche si trasformano in divertenti soluzioni plastiche, risultato di un pensiero creativo collettivo capace di attribuire una nuova funzione ai rifiuti cittadini.

Come riconosciuto dal critico Adolfo Montejo Navas, la serie ha anche un valore politico: «Come vere e proprie fantasmagorie urbane, Marcos Chaves ha quindi riproposto gli interventi locali di strada come apparizioni alla Kurt Schwiters. Infatti, ogni buco è una crepa nel selciato del potere politico della città, una fessura simbolica che si apre, omaggio popolare al pericolo di una politica che fallisce e che costituisce una frattura nell’immaginario sociale. Ogni buca è un intervento che gioca con le presenze e le assenze (di terreno, di vuoto, di struttura, di segnaletica), letto con un’ironia complice e pungente. Non è la prima volta che l’artista si avvicina con uno sguardo trasversale e umoristico all’immaginario urbano della sua città, ma questa volta il percorso estetico è diverso. Come si può intuire, in questa cartografia carioca non vi è un’unità territoriale, poiché essa è casuale, mondana, nomade». Su questo livello, si innesta una riflessione concettuale: da un lato sul valore testimoniale della fotografia come surrogato di una costruzione plastica (un altro buco, un altro vuoto), dall’altro sul concetto stesso di buca, con l’immaginario di “opera assente” o “anti-opera” che si porta dietro almeno dagli anni Sessanta, con le prime sperimentazioni dei land artist statunitensi.

Testo di Giorgio Di Domenico

Bibliografia e sitografia