Prima mostra della reggenza di Antonella Soldaini, già curatrice sotto la direzione di Ida Panicelli, la personale dell’artista e regista belga Jan Fabre (Anversa, 1958) inaugurò alla fine del 1994. La neodirettrice, curatore della mostra, parlava, non a caso, di «un’impresa che per molti aspetti, primo fra tutti la brevità dei tempi di realizzazione, sembrava quasi impossibile da portare a termine».
Informazioni sulla mostra
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Di conseguenza, non si trattava di una retrospettiva, ma di una «vasta documentazione della sua attività svolta specificatamente nell’ambito delle arti visive, dal 1975 al 1994». Rinunciando dunque a un’impostazione cronologica, l’artista, forte della sua esperienza in ambito scenotecnico, aveva voluto creare «un percorso labirintico, sospeso tra finzione e realtà, ed in cui le opere, seppure a distanza, comunicano tra loro attraverso un intricato gioco di rimandi formali e simbolici. Usando l’eccesso come misura, Fabre ha voluto che lo spettatore fosse obbligato a cambiare continuamente la propria ottica mentale, a passare dal chiaro allo scuro, dal cupo al giocoso, dal grande al piccolo, dall'alto al basso, dall’orrido al sublime».
L’artista, all’epoca trentacinquenne e rappresentato da varie gallerie internazionali, aveva già tenuto importanti mostre personali presso la Kunsthalle di Basilea (1990), il Kunstverein di Monaco di Baviera (1991) e il Museo di arte contemporanea di Helsinki (1993). Nel 1979, inoltre, aveva già esposto in Toscana all’interno della rassegna Arte Fiamminga Contemporanea allestita a Palazzo Rucellai a Firenze. Nel 1984 era stato incluso nel Padiglione Belga alla Biennale di Venezia, dove era tornato a esporre sei anni più tardi nella rassegna Artists (from Flanders) presentata a Palazzo Sagredo. Invitato a documenta 9 e alla Biennale di Istanbul nel 1992, era in contatto anche con alcune gallerie italiane: nel 1994 aveva esposto sia alla Galleria Galliani di Genova, sia alla Galleria Massimo Minini di Brescia. In quello stesso anno, Germano Celant, con cui Soldaini aveva già collaborato in varie occasioni, aveva curato una monografia sull’artista pubblicata da Costa&Nolan all’interno della collana “I turbamenti dell’arte”.
Le opere più risalenti presentate in mostra erano una selezione di disegni a china a soggetto entomologico realizzati dall’artista giovanissimo nella seconda metà degli anni Settanta, tra cui i dieci fogli di Metamorphoses (1979) poi acquistati dal Centro. Fabre, del resto, era bisnipote di Jean-Henri Fabre (1823-1915), tra i più importanti entomologi della storia, noto anche al grande pubblico per le sue opere divulgative.
La mostra presentava inoltre grandi fogli, enormi tele di seta e veri e propri oggetti, tra cui un letto (Medium, medium, 1991) e varie croci da cimitero (Tomba del computer sconosciuto, 1983), interamente coperti con tratti ossessivi di penna Bic blu. Nel 1981 Fabre aveva coperto con lo stesso strumento le pareti di una galleria di Leida e nel 1990 il Castello Tivoli di Mechelen: alcune fotografie e dei pannelli residui adattati agli spazi del Pecci documentavano in mostra questo recente intervento ambientale. Non mancavano, inoltre, i lavori celebri realizzati con elitre di coleotteri; tra questi, un abito sospeso (Muro ascendente degli Angeli, 1993) e un trittico composto da un orinatoio, un microscopio e una croce (Passaggio, 1994). Era riallestita, infine, la mostra presentata presso la galleria di Ronny van de Velde a Anversa nel 1993, con grandi fogli ispirati alle macchie di Rorschach.
Testo di: Giorgio Di Domenico






