INTERVISTA AD ARAKI

 

La conversazione si e' tenuta presso l'Art Room dello studio dell'artista Araki, a Tokio, il 10 dicembre scorso 1999.
Quello che leggerete e' la registrazione di tale incontro, tenutosi fra l'artista giapponese Araki, il direttore artistico del Centro Pecci di Prato, Bruno Cora', e Filippo Maggia, Guest Curator della mostra


Filippo Maggia - Quando hai iniziato a fotografare e, soprattutto, perché?

Nobuyoshi Araki - Non ricordo esattamente. Mio padre fotografava e, in particolare, usava un banco ottico: per me la prima esperienza non è stata quella di scattare, ma di stare accanto a lui e guardare la lastra. Lì vedevo immagini rovesciate, architetture e così via. Questa è stata la mia prima "esperienza fotografica", antecedente allo scatto. In quegli anni frequentavo la scuola elementare.

Bruno Corà - Quando hai iniziato a fotografare qual era il tuo rapporto con le tradizioni iconografiche del tuo paese?

Araki - Non l’ho fatto coscientemente, ma poiché mio padre realizzava fotografie dei paesaggi tradizionali, specie del Monte Fuji, può darsi che quando ho cominciato a scattare anch’io fossi attirato dalle bellezze tradizionali.

Questo è successo quando frequentavo la scuola media. In occasione di una gita scolastica, per esempio, ho fotografato il Tempio Ise, il Tempio Kiyomizu di Kyoto e il Padiglione d’Oro. In questo modo la tradizione è penetrata inconsciamente dentro di me.

Maggia - Quando è entrata Tokyo, la vita di Tokyo, nella tua storia?

Araki - Non ho mai riflettuto veramente su questo. Anche perché Tokyo rappresenta lo spazio e il tempo a me più vicini. Io sono nato a Tokyo e la fotografo come mia città natale. Dunque non ricordo un momento preciso in cui Tokyo diviene il soggetto della mia fotografia.

Maggia - Cosa è oggi Tokyo secondo te e come la vedi attraverso la fotografia?

Araki - Forse uso un paragone sbagliato, ma la penso come una madre, come l’utero da dove sono uscito. Non concepisco Tokyo come una cosa astratta... Ma sento che è come un luogo dove sto bene.

Maggia - Se dovessi sintetizzare in uno scatto Tokyo, quale immagine sentiresti più autentica?

Araki - In questo momento, Tokyo è un miscuglio tra nuovo e vecchio, ci sono rovine e nuove costruzioni, morte e vita.

Vi faccio un esempio concreto: in primo piano c’è uno spazio vuoto, quello delle rovine, in fondo ci sono dei grattacieli, e tutto è combinato. La gente e la folla si scontrano e si mescolano agli incroci. Ognuno va in direzione diversa. Eppure, osservando bene, ci si accorge che ogni tanto arriva un momento di vuoto, dove non c’è nessuno. Proprio in quel momento, lì manifestato, io sento Tokyo. Un momento in cui vita e morte si alternano.

Corà - Questo utero che è la città di cui parli, quando sei nato viveva un momento storico cruciale. La guerra, la distruzione (un sentimento che è presente anche in un paese "vinto" come l’Italia) segna un’origine drammatica. Cosa resta di tutto questo nella tua vita, nella tua arte?

Araki - Quando la guerra è finita io avevo soltanto cinque anni. Dunque non ho tanti ricordi. Per me la guerra non è uno shock. Ad esempio, all’epoca si diceva che i cimiteri erano probabilmente i posti più sicuri per ripararsi

dai bombardamenti: ho visto da un cimitero bruciare la casa di un mio amico. Poi, vicino a casa mia, cadde una bomba incendiaria e tutto intorno a me diventò rosso per il fuoco che divampava. In quel momento non avevo alcuna paura, ma rimasi colpito dalla bellezza del colore rosso provocato dall’incendio. I miei ricordi della guerra sono così.

Maggia - Un’altra domanda che volevo fare riguarda i fiori, presenze molto forti nel tuo lavoro così come i cieli e le nuvole. Essi funzionano come un contrasto (o un intervallo), cioè come il colore bianco alternato al colore nero oppure come una pausa nella tua visione?

Araki - Il cielo è, come dire, un vuoto e dunque rappresenta la morte. Con le nuvole il cielo diventa vivo. Di solito lo riprendo in bianco e nero. Anche bianco e nero potrebbero esseri visti come il vuoto e la morte. Il cielo mi dà una sensazione vuota. In quel momento mi viene voglia di far scontrare i colori con il vuoto del cielo. Vorrei dedicare dei fiori al cielo vuoto: ho la sensazione che da questo punto di vista ci sia un rapporto tra cielo e fiori. I fiori sono vivi ma deperiscono e per questo mi attirano tanto: sento una sensazione erotica nel momento in cui li vedo appassire.

Corà - Quale importanza affidi nella tua fotografia al problema della forma? Quanto alcune relazioni, per esempio quella di una curva di un corpo con una di un oggetto, cioè relazioni formali, hanno importanza per te?

Araki - Per me l’immagine della città è lineare e ha bisogno di un elemento dolce. Le curve della città, per me, sono un elemento femminile come il corpo della donna, mentre la linea retta è un attributo maschile. Vorrei poter mettere assieme entrambi questi caratteri.

Maggia - Tu raccogli "animaletti", hai una collezione molto grande, e spesso li disponi nelle tue composizioni. Hai un atteggiamento ludico nei confronti del corpo femminile?

Araki - Secondo me un luogo dove non c’è nessuno è sempre una rovina. Io li inserisco per trasformare questo spazio in un paradiso, ma ironicamente questi animaletti sono dei modellini e perciò non sono vivi. E’ una sensazione complessa: nello stesso momento mi sento assomigliare sia a loro che ai miei simili. Forse è la manifestazione di un mio desiderio di stare dentro la città.

Corà - Ho visto tuttavia che questi animali sono presenti anche nella grande decorazione dei templi. Sono animali fantastici, cani, draghi e uccelli. Contano molto nell’antica architettura sacra.

Araki - Può darsi che io sia stato inconsciamente influenzato dalle raffigurazioni animali dei templi.

Maggia - Che ruolo hanno i sensi nel tuo rapporto con le donne?

Araki - Il senso del tatto è molto importante. Vorrei esprimere nella fotografia anche la sensazione del contatto col corpo femminile, ma penso che la fotografia non ci riesca mai.

Maggia – Ti sembra che l’energia da te spesa e trasmessa nell’atto del toccare coinvolga anche l’altra persona?

Araki – Sì: proprio nel momento in cui io do la mia energia sento che questa mi ritorna. Questo scambio di energie, il momento "caldo" nel tempo e nello spazio, è molto importante per me.

Corà - Anche il rapporto con l’iconografia del volto e dell’immagine nel genere del ritratto proviene dalla tradizione giapponese oppure, nel senso più ampio, da quella europea rinascimentale?

Araki - L’immagine delle donne giapponesi diventa per forza quella della dea della carità Kannon. Perciò lo sfondo dei ritratti è bianco per renderle somiglianti alla figura di Kannon. In questo caso [indicando degli esempi nel suo libro Life by Leica] è stato una specie di esperimento. Queste immagini sono state fatte così, a Ginza senza guardare nel mirino. Successivamente ho rimosso gli sfondi dalla prima stampa e alla fine ho stampato di nuovo con lo sfondo bianco.

Maggia - L’altra sera ci hai donato un piccolo libro. Sembra quasi di sfogliare un fotoromanzo che ha per protagonisti due amanti in un bosco. Hai curato la storia, la sceneggiatura oltre che l’inquadratura e la scelta dell’ambiente? E questo succede casualmente o è uno dei tuoi metodi di lavoro?

Araki - In quel caso ho utilizzato uno dei miei metodi di lavoro. Ho sempre avuto desiderio di fare un romanzo attraverso la fotografia: il racconto in realtà comincia dalle fotografie. Quando scatto, sento che c’è già una storia dietro e così continuo a scattare. Il problema, per me, è quando devo finire di fotografare.

Maggia - Quindi non c’è una sceneggiatura scritta o pensata?

Araki - In effetti non c’è, ma fin dall’inizio, la sceneggiatura oppure la storia, esiste già e si nasconde nel soggetto fotografato. La storia si rivela quando il fotografo e il soggetto si incontrano e collaborano per crearla assieme. Non faccio mai da solo la sceneggiatura.

Corà - Conosci la realtà prima o dopo la fotografia? La fotografia serve per conoscere meglio la realtà? O meglio, la realtà, dopo la fotografia, somiglia a quella che tu pensavi fosse la realtà?

Araki - Prima di tutto scatto istintivamente e poi, spesso, quella fotografia mi insegna la realtà.

Corà - Scegli il momento di fare uno scatto in modo casuale, istintivo, oppure ti fermi in un punto da cui scegli di scattare una fotografia? Tutto avviene automaticamente?

Araki - È assolutamente istintivo. Per esempio, se penso di fare una certa fotografia, dopo l’incontro con un soggetto, cambio l’angolo. Tutto ricomincia dopo l’incontro.

Maggia - Hai mai fatto cinema, hai mai pensato di fare un film?

Araki - All’epoca della serie Satchin [1965, n.d.r.] vedevo i film di Rossellini e De Sica e giravo un un film. Quella serie di fotografie sono vicine al neorealismo italiano. Io dico spesso che tutti i ragazzi sono, in realtà, attori, e le donne attrici. Per questo vite e storie si mescolano dentro le mie fotografie, e nella composizione io butto le mie emozioni senza una trama prestabilita.

Maggia - Una donna è più una madonna, una madre, o una compagna, un altro essere con cui semplicemente dividere un’occasione?

Araki – Difficile stabilirlo: ci sono talmente tanti tipi di donna!

Le donne mi interessano molto perché sono misteriose e perfide. A volte una madonna, a volte, invece, una prostituta. Hanno tanti aspetti complessi e non mi annoiano mai. Quindi se continuerò a fotografare qualcosa, saranno sempre donne.

Corà - Molti studiosi della fotografia dicono che essa fissa un istante già passato, quindi che è intimamente drammatica, perché parla sempre della morte. Lo pensi anche tu?

Araki - La fotografia diventa immediatamente passato, e siccome io sono attaccato al passato, mi piace molto quel tipo di approccio.

Corà - Però questo è anche drammatico, no? Immediatamente drammatico.

Araki - Sì.

Corà - Allora anche quando fotografi una figura femminile, dentro c’è un dramma intimo che è l’osservazione della bellezza per un istante?

Araki - Sì, c’è.

Maggia - Vorrei toccare un argomento delicato: vorrei sapere qualcosa a proposito del rapporto che tu come artista hai avuto con tua moglie. [Yoko, la moglie di Araki, è morta di cancro nel 1990, n.d.r.]

Araki - Forse ho avuto con lei un rapporto soltanto come fotografo e non come compagno. Riflettendoci, alle volte mi sembra proprio così. Anche adesso, per esempio, sento che forse mi è mancato e ancora mi manca il lato umano nel nostro rapporto.

Per questo recentemente ho cominciato una nuova serie che si chiama Life by Leica dove ho scattato delle fotografie "umane". Penso che anche dentro di me debba prevalere il lato "umano". Questo è il mio recente stato d’animo. Dentro le fotografie, tutti sorridono, tutti sono umani.

Maggia - E questo cambiamento quando è avvenuto?

Araki - Dalla morte di mia moglie. Con la sua morte è scomparso l’amore più vicino a me. Da questa esperienza io sono ripartito verso la vita. Oggi c’è voglia di mostrare la gioia di vivere.

Corà - Ci sono artisti, fotografi o pittori o registi, che tu senti come tuoi maestri?

Araki - Nessuno che senta esattamente così. Non ci ho neanche mai pensato.

Maggia - Che tipo di storia è stata quella con Nan Goldin?

Mi sorprese molto questa collaborazione, perché siete molto distanti in realtà. Tu e Nan Goldin avete una storia personale, un rapporto fotografia – vita quotidiana molto diverso. La sua fotografia è innanzitutto documentativa: è molto personale, coinvolge i suoi amici, è chiusa in se stessa come un circolo. Al contrario, il tuo rapporto è costantemente aperto verso il mondo.

Araki - Non ricordo esattamente la storia: me ne sono addirittura dimenticato, ma…

Sono d’accordo con te. Per esempio, detto in modo semplice, la sua fotografia si rinchiude nella fotografia. Invece io vorrei liberare il mondo attraverso la fotografia. In realtà la nostra non è stata proprio una collaborazione, quanto piuttosto un’avventura nata casualmente.

Corà - Tu fotografi il cimitero, la città, un nudo femminile, gli animali, i bambini. Ne risulta una riflessione sulla morte, sull’infanzia, sul’intera manifestazione della vita. Ma allora un fotografo è anche un filosofo?

Araki - Non penso, ma sento la morte e l’amore. Vedo e penso attraverso le fotografia.

Corà –Parlando con Gerhard Richter della pittura, gli detto: "cosa

pensi quando dipingi?", e lui: "quando dipingo, non penso. Dipingo". Esattamente come te.

Maggia - Per te la città è un po’ come una donna?

Araki - Sì, sono quasi uguali. Perciò provo il desiderio di entrarci. Per esempio, i piccoli animali che colleziono rappresentano i miei desideri. Attraverso di essi entro nel corpo femminile.

Corà - Allora il tuo è sempre un modo di ritornare nella città come tornare nel grembo materno. Il problema dunque è sempre ritornare.

Araki - Può darsi. C’è un vecchio detto giapponese che parla di "una rana nel pozzo". Se prendo in prestito questa espressione allora io sarei "una rana nella città".

Maggia - Cos’è, in una donna, ciò che ti colpisce di più, ciò che comunque cerchi sempre di rappresentare?

Araki – Ti faccio un esempio schematico: quello che per il mondo occidentale significava Ava Gardner. E poi, la famiglia imperiale... Non so: mi piace la persona con sangue "denso". Mi provoca. Tutto sommato, si tratta dell’eros. Per me è tutto.

Corà - C’è un’idea secondo cui la creatività, l’arte, investe il femminile dell’uomo. Che cosa pensi di questo? Non si tratta di omosessualità, ma della creatività come capacità generativa.

Araki - Secondo me, un fotografo deve avere un aspetto femminile, cioè mostrare capacità ricettive e creative. Ricevere e procreare (anche figli).

Corà - Anche creare opere?

Araki - Sì, anche quello.

 

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