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Da “Il video, la realtà,
il Reale e la narrazione”
di Raffaele Gavarro
[…] Il video, ma negli stessi termini lo è anche la fotografia,
rappresenta […] una modalità rappresentativa che ha un riferimento
diretto e inequivocabile con la realtà, e che quindi consente
un’osservazione teoricamente privilegiata delle dinamiche che
si svolgono al suo interno. La presa diretta sulla realtà, è
naturalmente solo un dato che va inteso nella sua affermazione
di principio. Una videocamera accesa riprende quello che accade,
ma anche quello che si è deciso che accadesse in quel luogo
e in quel tempo. Ma per quanto gli eventi siano artificiosamente
costruiti, essi pretendono un realismo che è nella loro stessa
condizione coeva alla “ripresa”, come alla successiva trasmissione.
Faccio degli esempi qui riconducibili alle opere degli artisti
in mostra. Intervallo di Alterazioni Video, o The
dark horse of the festival year di Elisabetta Benassi,
o ancora Il popolo del Castello di Gea Casolaro, nel
loro essere quasi una documentazione narrativa di situazioni
e di eventi direttamente verificabili, non sono più reali, o
più realistici, di video come Nice and Nicely done
di Michael Fliri, Radar di Sara Rossi, Why we came
di Zimmerfrei, Cosmic Love di goldiechiari, I Should
Learn from You di Bianco-Valente, The Red Shoes
di Rä di Martino e All the things I need di Marinella
Senatore, che in modi diversi sono tutti dotati di un forte
carattere immaginativo. Il piano del video è in tutti questi
casi oggettivamente reale, fa leva su questa condizione teorica
e soprattutto sulla nostra condivisione a priori di questo dato.
[…] Scorrendo i video di Lumen appare chiaro quanto le diverse
forme di narrazione siano esplorate nelle loro diverse possibilità
linguistiche, alla ricerca di un Reale che è al di là della
cronaca della realtà.
Partiamo dalla dimensione filmica pura di The Red Shoes
di Rä di Martino, in cui la trama si concentra nella forza epifanica
del singolo evento, dell’incontro amoroso. Il video si carica
di una tensione che è dettata dagli elementi della natura: l’acqua
della cascata che scorre al contrario, il ribollire dell’acqua,
i rumori di fondo, il buio luminoso. La tensione è interrotta
dalla fine improvvisa e netta del video. Non succede niente
di più di quello che abbiamo visto, ma non siamo sicuri che
sia così.
In All the things I need di Marinella Senatore, la
struttura narrativa prende la forma del musical. Ma non solo.
La Senatore contamina vari generi nel raccontare la storia dello
scienziato W. Bentley, passando dal cinema al documentario e
naturalmente alla videoarte. La linearità narrativa è solo apparente
e continuamente messa alla prova da questo intersecarsi dei
generi.
Qualcosa del genere accade anche in Radar di Sara Rossi
in cui le storie si intrecciano con le modalità linguistiche,
e in cui il Reale sembra filtrato dall’immaginazione prima di
essere concesso alla vista.
Fantastica è anche la storia del personaggio con la maschera
da scimmione che cammina per New York, e nondimeno ironica.
Nice and Nicely done di Michael Fliri ha naturalmente
come fondo l’immaginario cinematografico, raccontando la storia
di uno strano King Kong che cammina, mangia banane e scivola
sulle bucce che lui stesso butta a terra, fino a raggiungere
l’Empire State Building.
Anche Cosmic Love di goldiechiari ha come riferimento
il cinema di fantascienza. Ma l’universo di stelle e sex toys,
ne è chiaramente una variante non prevista.
Una vaga dimensione fantascientifica la troviamo in I Should
Learn from You di Bianco-Valente. Una visione distorta
e interiorizzata, surreale e onirica, in cui è la dimensione
temporale, la sua forza predominante nel nostro universo sensibile
e interiore ad essere predominante.
Il tempo è anche il protagonista del video Why we came
di Zimmerfrei, che si formalizza nella mutabilità del paesaggio
e nella sua indifferenza alle azioni dell’uomo. Anche qui il
fondo delle immagini e dell’immaginario cinematografico prevale
su tutte le alter forme espressive.
Il video di Elisabetta Benassi, The dark horse of the festival
year, in cui una bicicletta con un razzo attaccato dietro
compie dei giri in un cortile, illuminando a tratti l’archiettettura
del luogo, sceglie invece di rimanere in bilico tra narrazione
e forza espressiva delle immagini. È una sorta di visione,
improvvisa, che non sembra avere nè un prima, nè
un dopo.
Si somigliano dal punto di vista formale Intervallo
di Alterazioni Video e Il popolo del Castello di Gea
Casolaro. Immagini fisse, fotografiche, che descrivono dei luoghi.
Ma mentre in Intervallo le immagini raccontano ostinatamente
di un presente tanto paradossale quanto Reale nel suo concretarsi
nella realtà, nel video di Gea Casolaro, la relazione è tra
passato e presente, tra l’identità di un luogo che si è andata
costruendo nello scorrere dei decenni. Entrambi hanno una forte
connotazione sociale e di indicazione politica e prendono forza
espressiva proprio da questa condizione avvertita come urgenza
da molta arte del presente. Proprio per questa ragione, la loro
è una narrazione non meno coinvolgente, anche se lontana dalla
dimensione cinematografica e in un certo senso più associabile
alla forma documentario.
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